Una storia di yoga, accettazione e resilienza

Nel precedente post vi ho raccontato di come ho conosciuto lo Yoga in India; un percorso lungo, tortuoso e doloroso ma dal quale è scaturita una grande trasformazione personale.


Una delle chiavi di svolta è stata decidere di partecipare a un corso, si chiamava “Happiness Program” e si teneva in una piccola casetta del Sector 21 di Chandigarh, la città indiana in cui ci trovavamo in quel momento per via del mio ricovero in ospedale. Così, ogni giorno, ci svegliavamo all’alba e prendevamo uno dei pochi tuk-tuk disponibili alle 4.30 di mattina per arrivare fino al piccolo parco ben curato vicino alla casa del nostro maestro.

L’India è un paese di contraddizioni, si sa, ma mi ha sempre stupito la pace e la tranquillità dei parchi indiani al mattino presto con l’erba verde luminosa, le aiuole colorate e un silenzio quasi surreale.

Il parco a quell’ora iniziava ad animarsi con la presenza di piccoli gruppi di anziani che camminavano e facevano yoga in modo tranquillo, dolce, che trasmetteva pace e che era un piacere anche solo osservare da lontano.


Molte volte si muovevano senza una regola precisa o senza seguire una logica apparente, ma “semplicemente” ascoltavano il loro corpo e si muovevano in base a ciò di cui avevano bisogno.

Non si soffermavano su specifici Asana (come siamo abituati a fare noi in occidente) ma creavano delle modifiche e degli adattamenti a seconda di ciò che percepivano e che sentivano di avere bisogno.


Una grande lezione di consapevolezza che mi è rimasta dentro e, visto che mi sono tanto affezionata a quei movimenti, una volta diventata insegnante certificata, ho deciso di inserirli nelle mie pratiche.






Il Sector 21 di Chandigarh in genere era un posto chiassoso fatto di mercati affollati, strade trafficate e un costante via vai di persone. Però, una volta attraversato il parco, la situazione cambiava; si entrava infatti in un piccolo quartiere residenziale fatto di villette a schiera su due piani dove tutti erano tranquilli e il caos lasciava spazio al silenzio tipico del buon vicinato.


Qui abitava Ramnik Bansal, il nostro insegnante.


Ramnik, era un giovane ragazzo sui 35 anni, aveva i capelli fitti, lunghi e neri e un largo sorriso che spuntava da sotto il suo nasone. Un giorno ci ha raccontato che, prima di essere quello che era in quel momento, aveva vissuto per 3 anni a Londra dove lavorava come IT Manager per un'importante multinazionale.


Guadagnava molto bene ed aveva raggiunto quello che è il sogno, se non l’ossessione, per molti giovani indiani (e non solo): una vita agiata e un lavoro sicuro nella tanto sognata Europa.


Ma, come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica.

Ramnik viveva una vita stressante e infelice, frutto di scelte che aveva fatto sotto la pressione sociale e per riuscire a soddisfare le aspettative dei suoi genitori (questo per i giovani indiani è un tema davvero delicato).

Aveva capito che quello che aveva sempre sognato era invece la sua più grande fonte di infelicità così, al contrario di quello che fa la stragrande maggioranza delle persone, un giorno decise di cambiare.


Grazie all’incontro con un gruppo di volontari di Art of Living, l’ONG indiana di cui parleremo più avanti, ha capito come riprendere il controllo della sua vita, si è licenziato ed è tornato in India.

Un cambiamento controcorrente che però lo ha davvero cambiato e lo a ha reso più consapevole e felice; tanto da decidere di volerlo condividere con quante più persone possibile diventando un insegnante.


È buffo, la storia del cambio di vita è abbastanza comune tra gli insegnanti di yoga che mi hanno formato, in tanti raccontano di una precedente vita dedicata al lavoro e al lusso e poi un cambio radicale completamente dedicato allo yoga.

Sarà un caso?


Sir. Ramnik in effetti aveva l’aspetto dell’informatico, era un uomo preciso, apparentemente poco emotivo e molto razionale.

Ogni giorno però si apriva sempre di più, fino a farci entrare nella sua stanza personale: 10mt quadri di muri bianchi e puliti con una sola finestra ma che riusciva ad illuminare tutto, uno scaffale pieno di giochi in scatola (di cui era un vero appassionato) e l’impianto di aria condizionata per resistere ai +40 gradi estivi di Chandigarh. Un paradiso!


Durante il corso siamo diventati suoi amici e abbiamo passato molti pomeriggi assieme.


La mattina invece, una volta arrivati a casa di Ramnik, incontravamo gli altri compagni di corso, tutti giovani indiani dai 17 ai 25 anni, assonnati come noi e che arrivavano da tutte le parti della città.

Non appena il gruppo era al completo ci disponevamo nella piccola ma confortevole terrazza coperta adibita apposta per il corso con candide tende per ripararci dal sole e morbidi materassi dove praticare yoga e meditazione.

La prima cosa che facevamo era eseguire 6/7 saluti al sole per scaldare il corpo e la mente, il tutto rigorosamente a stomaco vuoto, per poi essere guidati dal nostro maestro in brevi ma intensi esercizi focalizzati sul controllo del nostro respiro.




Il vero obiettivo del corso, come abbiamo scoperto strada facendo, era infatti quello di iniziare ad approcciarci alla meditazione e alla conoscenza di noi stessi vivendo lo Yoga come dovrebbe essere vissuto da tutti: ovvero come una disciplina che unisce la respirazione, gli asana, la meditazione e la spiritualità.


Gli esercizi duravano un paio d’ore, dopo le quali correvamo nella piazzetta sotto casa per comprare lassi (uno squisito yogurt indiano) e frutta fresca da un venditore ambulante.

Subito dopo era il momento dei veeda, semplici lavori manuali che avevano il compito di riportare la nostra attenzione alle cose “concrete e umili” della vita.

I compiti pratici erano svariati: c’era chi cucinava, chi puliva il salone, chi apparecchiava e serviva il pasto, chi puliva i bagni, chi innaffiava le piante.

Per lo più erano compiti fatti di piccole e semplici azioni che richiedevano movimenti automatici e sempre uguali, lasciando la mente libera di viaggiare e ai pensieri la libertà di scorrere.


Così passarono velocissimi i giorni e in men che non si dica, arrivò la fine di quell’esperienza così intensa che ci cambiò per sempre.


L’ultimo giorno di corso, il nostro maestro organizzò una sorpresa speciale per tutti noi e ci portò in un locale di fiducia nella zona universitaria. La sorpresa era una colazione da gourmet composta da salsa al curry di ceci piccante, roti (dischi di pane non lievitato e senza sale), samosa (triangoli fritti ripieni di verdure e spezie) e per finire Gulab Jamun ovvero piccole frittelle immerse nello zucchero liquido o nel latte aromatizzato. Erano le 9 del mattino ed era tutto decisamente strano e delizioso.


Quei giorni ci hanno fatto scoprire non solo la meditazione e lo yoga, ma ci hanno fatto scoprire noi stessi, l’importanza della respirazione, del vivere il momento presente, di non preoccuparsi dell’ansia del futuro o degli errori del passato, di quanto sia importante far riposare la mente dai continui flussi di pensieri e, soprattutto, a come può essere complicato digerire frittelle di verdura e zuppa di ceci alle 9 del mattino :)


La pratica yogica è costanza e disciplina.


Due cose che possono spaventare all’inizio, ma che ti possono portare al più grande regalo che ti potrai mai fare: una stato di benessere psicofisico mai provato prima.

Piano piano, grazie agli insegnamenti dello Yoga, stavo reimparando a relazionarmi con nuove persone e a mostrarmi con le fragilità di quel momento; il corpo diventava forte e flessibile, la mente calma e libera da pensieri ingombranti.

Yoga per me era accettazione e resilienza.

Finita la colazione gourmet ci salutammo coi compagni di corso, scattandoci centinaia di selfie e di foto e perdendoci in lunghi abbracci; per ultimo salutai Ramnik che mi disse: “ci rivedremo molto presto”.


Anche se non sapevo come, dove e perché, sentivo che era vero: e in effetti il nostro nuovo incontro accadde molto prima di quanto potessi sperare.

Ma questa è un’altra storia che vi racconterò molto presto.




Namastè Francesca

P.S. Se hai dubbi o domande sullo Yoga e sulla meditazione e vuoi saperne di più ti invito a mandarmi un messaggio.

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